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lunedì 26 gennaio 2026

Un bicchiere ogni tanto fa bene (a Timoteo)

26 gennaio: San Timoteo (I secolo), collaboratore di San Paolo.

Ehi chatgpt, fammi un mosaico 
di San Timoteo con un calice di vino
nella destra e la mano sinistra sullo
stomaco.
Timoteo fu, secondo Eusebio di Cesarea, il primo vescovo di Efeso, consacrato direttamente da Paolo di Tarso; e a Efeso sarebbe stato martirizzato per essersi pubblicamente rifiutato di onorare il culto del dio Dioniso. Rispetto ad altri protovescovi evanescenti  o leggendari, Timoteo ha il grosso vantaggio di essere nominato più volte negli Atti degli Apostoli, e di comparire come destinatario di ben due lettere paoline. Considerato che Paolo prima o poi litigava con tutti, questo è sufficiente a convincerci che fosse un santo... però di lui in realtà sappiamo molto poco: potrebbe essere stata proprio la sua vicinanza all'Apostolo a dissuadere gli agiografi medievali, che con altri personaggi si scatenavano, ma che su di lui non ritengono di non dover aggiungere nemmeno un miracolo. Vale per lui quel che si può dire di quei personaggi che nei romanzi epistolari ricevono le lettere ma non rispondono (o se rispondono, l'autore non ritiene necessario inventarsele e pubblicarne); quel che per Jacopo Ortis è Lorenzo Alderani, noi alla fine che ne sappiamo di questo Lorenzo? È come una quinta impassibile che assiste muta agli sfoghi di Jacopo; il suo scopo è assistere, dopo un po' non resta che accettare che Lorenzo siamo noi. Lo stesso vale per Timoteo, sul quale Paolo riversa una sfilza non interminabile ma cospicua di consigli di vita che già in partenza danno la sensazione di essere rivolti non solo a lui, ma a tutti (perlomeno a tutti i ministri del culto), e non ci fanno intravvedere nessun carattere personale. Per cui io su San Timoteo non avrei veramente molto da dire – in realtà oggi preferirei scrivere una scheda su una di quelle leggende senza capo né coda, come quella di San Senofonte:


26 gennaio: Santi Senofonte, Maria, Arcadio e Giovanni (V secolo)

Senofonte e Maria vivono a Costantinopoli nel V secolo e hanno un sogno: avviare i due figli Arcadio e Giovanni alla più perfetta santità. Decidono quindi di metterli su una nave diretta verso una qualche scuola teologica a Beirut, ma la nave affonda e i due fratelli si perdono di vista nel naufragio. Decidono entrambi, separatamente, di entrare in due monasteri. Senofonte e Maria sono convinti di averli persi quando anni dopo intraprendono ormai anziani un pellegrinaggio nei Luoghi Santi; che sorpresa quando li trovano laggiù. Sembra il tentativo di recuperare in un'agiografia lo spunto narrativo dei fratelli separati da un naufragio – come nella Commedia degli errori di Shakespeare, che del resto si fa a Plauto il quale a sua volta attingeva da commediografi o romanzieri di epoca ellenistica – sicché avrei voluto approfondire... ma la Bibliotheca Sanctorum mi ha fatto un tiro in credibile. Alla voce "SENOFONTE, Maria e figli" (XI volume) ti dice semplicemente: vai alla voce Xenofonte. Allora tu prendi il volume XII, cerchi la X di XENOFONTE, e... non c'è. Cioè, vi rendete conto? Un rimando a vuoto nella Bibliotheca Sanctorum dell'Istituto Giovanni XIII presso la Pontificia Università Lateranense. È una cosa che addolora e avvilisce – specie quando ormai uno è da anni che è abituato a rubacchiare la BS al punto che la dà per scontata. Ci si sente traditi in questi casi, anche perché a questo punto non ho scelta, devo veramente affrontare il caso di 


26 gennaio: San Timoteo (I secolo), collaboratore di San Paolo

Come se fosse facile, collaborare con Paolo; eppure anche da un resoconto di parte come il Nuovo Testamento si evince che molti non ci sono riusciti a lungo (compreso lo stesso Pietro). Timoteo e Tito ce l'hanno fatta, e insieme al ricco Filemone sono gli unici a cui nel Nuovo Testamento Paolo scrive di persona: le altre epistole le invia a intere comunità (Colossesi, Efesini, Tessalonicesi). Ma a Tito arriva un'epistola "di Paolo apostolo a Tito", e a Timoteo addirittura due. Sono chiamate anche "lettere pastorali", perché per la prima volta contengono istruzioni di un apostolo a dei referenti locali che vengono chiamati "vescovi" o "presbiteri", e sono considerate carriere professionali: un segno che Paolo stava già cominciando a progettare una gerarchia ecclesiastica, oppure che le lettere sono state scritte più tardi, da autori che usavano il nome di Paolo per attribuirgli la responsabilità della gerarchia che nel frattempo si era formata (in altre lettere Paolo non considera la sua attività apostolica come un mestiere e rivendica il fatto di vivere di un proprio lavoro). Il dibattito è aperto: si può anche ipotizzare che Tito e Timoteo queste lettere se le siano scritte da soli. 

A rileggerle con laica diffidenza, non suonano molto autentiche. Sembrano dettate da un anziano che impartisce istruzioni e buoni consigli e non si preoccupa che siano banali. Occorre moderarsi in tutto (le donne più degli uomini, ma pure gli uomini): anche nella pietà, anche nei sacrifici. In giro c'è un sacco di gente faziosa che si perde in "genealogie inutili": inutile discutere con questi che nella lettera a Tito vengono chiamati per la prima volta "eretici". Le lettere insomma lasciano intendere l'esistenza di una struttura ecclesiastica che ai tempi di Paolo non poteva già esistere; tutto sommato però non tradiscono lo spirito paolino – in particolare quell'ambigua tensione tra attesa di un Messia che sta per tornare e profonda diffidenza per chi vuole approfittare di questa attesa per mettere in discussione lo status quo. La prima lettera di solito è quella preferita di chi vuole sottolineare la misoginia di Paolo e della Chiesa che stava fondando. In effetti il motivo per cui è ancora oggi difficile immaginare, per i cattolici, un sacerdozio femminile, sta tutto in 1 Timoteo 2,12: "Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all'uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo". Per motivare questa subordinazione, Paolo riparte dalla Genesi ("Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione"), ed è in queste pieghe che ci sembra di riconoscere un autore diverso dal Paolo degli Atti e di altre lettere, che oltre a non disdegnare le collaboratrici femminili, rielabora i precetti biblici con molta più disinvoltura. Anche il fatto che questo Pseudopaolo affermi che la donna possa essere salvata "partorendo figli" ci può lasciare perplessi; il Paolo originario viveva in una dimensione apocalittica, il secondo Avvento magari non era imminente ma comunque vicino; metter su famiglia non così indispensabile. Il "Paolo" che scrive a Timoteo invece ha già la preoccupazioni tipiche di chi sa che la sua comunità dovrà durare per qualche generazione, e quel tipo di esperienza che i capi delle comunità non improvvisano; Timoteo per esempio deve stare molto attento a iscrivere nel "registro delle vedove" (una lista di signore che presumibilmente accedevano a un fondo pensione) soltanto quelle dai sessant'anni in su; delle altre lo Pseudopaolo non si fida: perché non si risposano? Fanno ancora in tempo, invece di restare in giro a spacciare e nutrire pettegolezzi ("trovandosi senza far niente, imparano a girare qua e là per le case e sono non soltanto oziose, ma pettegole e curiose, parlando di ciò che non conviene"). In questo e in altri passi, più che dar voce ai propri pregiudizi lo Pseudopaolo sembra temere quelli degli altri: cosa penserà la gente se accettiamo tra noi una vedovella che poi magari ci coinvolge in uno scandalo? 

Un'altra cosa abbastanza importante che dobbiamo alla prima lettera a Timoteo è il permesso, anzi l'incoraggiamento a bere un po' di vino – certo, non è l'unico passo del Nuovo Testamento in cui Gesù e apostoli ne bevono, a partire dalle nozze di Cana. Ed è soprattutto grazie a Paolo che il vino ha assunto una posizione centrale nel rito cristiano; è nella prima lettera ai Corinti che viene descritta la liturgia eucaristica come si celebra a tutt'oggi, con la transustanziazione del sangue di Cristo nel vino, (bevetene tutti, questo è il mio sangue). Paolo del resto è il più acerrimo nemico dei divieti alimentari, e lo ribadisce anche a Timoteo ("tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi"). La prima lettera però è l'unico testo (pseudo)paolino che sembra stato rimaneggiato da un consorzio di vinicoltori decisi a difendere il loro prodotto da qualsiasi critica: in effetti fino a un certo punto l'autore non sembra affatto così incline al consumo di alcolici. In ben due passi insiste sul fatto che i ministri della fede non devono essere "dediti al vino" (πάροινον). Ora, la differenza tra bersi un calice ogni tanto (anche a scopo liturgico) ed essere "dediti" all'alcool era chiara anche allora, ma forse a qualcuno non bastava, perché a un certo punto – in modo abbastanza improvviso e imprevisto – lo Pseudopaolo si scopre preoccupato per la salute di Timoteo e gli ordina di bersi regolarmente un bicchiere, ché fa bene allo stomaco. "Smetti di bere soltanto acqua, ma fa uso di un po' di vino a causa dello stomaco e delle tue frequenti indisposizioni". È il versetto 5,23 – grazie al quale San Timoteo è invocato da chi soffre di dolori di stomaco, come protettore del medesimo – ma se tutta la lettera dà la sensazione di essere stata inventata, questo versetto la dà ancora di più. Quando riceve queste parole, Timoteo è ancora giovane ("Nessuno disprezzi la tua giovane età", gli aveva scritto poco prima); da nessun'altra parte si accenna a queste "frequenti indisposizioni" o ad altri aspetti della sua salute fisica. La stessa raccomandazione a bere vino si trova incuneata tra altre che riguardano la purezza morale e l'importanza delle opere di bene: insomma ha tutta l'aria dell'aggiunta posticcia. Possiamo fantasticare su questo (pseudo)Timoteo che dopo aver ricevuto la lettera di un superiore, spaventato da quel ("πάροινον") che qualche suo fedele avrebbe potuto interpretare come una critica alle sue abitudini alcoliche, decide di interpolare la lettera con un versetto che le giustifichi; ma in generale il versetto 5,23 mi sembra il più grande successo della lobby vinicola nella sua lotta contro l'evidenza; un successo che è dovuto a quel sano principio che ogni pubblicitario conosce: battere sempre sullo stesso tasto. Un bicchiere al giorno fa bene, lo dicono oggi in tv e lo dicevano anche nel primo secolo dC. Riuscivano a infilare lo slogan persino nel Nuovo Testamento – dev'essere stato più difficile che conquistare i talk notturni della Rai. Resta da stabilire se il vino ha avuto tanto successo perché i cristiani lo bevevano, o se il cristianesimo abbia avuto tanto successo perché è la religione che più lo ha integrato nella liturgia e nella dieta. Forse non lo sapremo mai; né servirà berci sopra. Buon San Timoteo, e bevete con moderazione.

sabato 24 gennaio 2026

Meno insegnanti, più metal detector

[Questo pezzo è apparso il 22/1/2026 sul Manifesto]. Tre giorni fa, dopo avere abbracciato i genitori di Abanoud Youssef che chiedevano al governo un intervento immediato del governo, il ministro Valditara ha comunicato in favore di telecamera la sua soluzione: metal detector nelle scuole. In tutte? No, soltanto negli istituti a rischio. Chi dovrebbe individuare gli istituti a rischio? Ovviamente i dirigenti degli stessi istituti, mediante richiesta al prefetto. Questa è la pronta risposta del governo: si individua un problema che a causa di uno o più fatti di cronaca ha forato l'attenzione dei media (la violenza giovanile), si segnala immediatamente lo strumento tecnico che può darci la sensazione di arginarlo (un metal detector), e nel medesimo momento si scarica la responsabilità sui dipendenti: al prossimo fatto di sangue, un preside dovrà rendere conto del fatto che non ha ritenuto necessario far passare qualche centinaia di studenti, tutte le mattine, sotto la stessa forca caudina che ci fa arrivare in aeroporto una o due ore prima del decollo. 

Il dirigente che davvero facesse richiesta di uno strumento del genere, non solo dovrebbe poi trovare un espediente per riuscire a incolonnare studenti e insegnanti anche un'ora prima dell'inizio delle lezioni, ma si dovrebbe in un qualche modo munire di personale che quel metal detector possa davvero metterlo in funzione, e che abbia il permesso legale di aprire gli zaini dei ragazzi: collaboratori scolastici e insegnanti non possono (questo spiega come mai, malgrado i roboanti proclami dell'estate scorsa, i ragazzi continuino a portarsi il telefono in classe). Magari un appalto sui metal detector si riesce ancora a finanziare con qualche sottovoce del PNRR, ma le guardie giurate chi le pagherà? 

Lo stesso dirigente dovrebbe inoltre esporsi al giudizio della cittadinanza, e in particolare di quella fascia che ai dirigenti più preme: i genitori. In una fase di calo demografico, in cui ogni istituto lotta coi denti per mantenere costante il numero di iscritti, pena la chiusura di corsi e di cattedre, il preside dovrebbe spiegare ai suoi potenziali utenti che sì, la prefettura ha dato un'occhiata e ha confermato che la scuola aveva proprio bisogno di mettere all'ingresso un rilevatore di armi da fuoco e di taglio. C'è da scommettere che molti dirigenti preferiranno correre il rischio di accoltellamenti – che al di là dell'enfasi giornalistica, nelle nostre scuole è ancora abbastanza contenuto – alla certezza di perdere iscritti. 

Tutte queste considerazioni pratiche, comunque, non hanno molta importanza: al governo serviva una risposta pronta e ce l'ha data. Se i giovani continueranno ad accoltellarsi, sarà colpa di chi i metal detector non vuole farli funzionare. Per quanto probabilmente il ministro non se ne renda conto, non è un caso che la sua reazione, di fronte a questi e ad altri problemi, sia di arroccamento: a ogni emergenza reale o percepita, la scuola dovrebbe aggiungere dispositivi di sicurezza, steccati e cancelli per tenere fuori dispositivi e coltelli da cucina che i ragazzi continueranno tranquillamente a usare al di fuori, dove la società non sente la necessità di controllarli o di aiutarli. 

Eppure la scuola potrebbe essere esattamente il contrario: uno spazio aperto a tutti, dove i ragazzi si sentano liberi di restare molto dopo l'orario delle lezioni. Il luogo che manca soprattutto ai cosiddetti immigrati di seconda generazione – in realtà studenti italiani con gli stessi diritti di chi ha un cognome italiano – per i quali più spesso è difficile frequentare luoghi di aggregazione giovanile che fin qui la società ha per lo più subappaltato alle parrocchie. Certo, per rendere la scuola un luogo che aiuti i ragazzi servirebbero psicologi, educatori, animatori. Il risparmio che otterremmo non si potrebbe nemmeno calcolare in denaro: al massimo in sicurezza, coesione sociale, vite umane. Un bel problema, finché nella stanza dei bottoni rimangono politici e tecnici che pensano alla scuola pubblica soprattutto come un'enorme voce di spese da tagliare. È da mesi che, citando un fantomatico studio sulle rilevazioni Invalsi, il ministro e i suoi consulenti continuano a insistere che “il numero degli alunni per classe non fa la differenza”, ovvero che non ci sia nessuna esigenza di evitare classi pollaio assumendo insegnanti in più, o almeno mantenendone un numero costante (dato il calo demografico). No: se deve scegliere tra stipendiare un insegnante in più e acquistare un metal detector, Valditara ha già scelto. Le classi affollate, va da sé, sono le meno controllabili: quelle in cui più spesso l'insegnante non riuscirà a intravedere una situazione critica finché non gli esploderà sotto gli occhi. Del resto è un essere umano, fa quel che può: se in classe avesse soltanto una ventina di alunni, i suoi interventi sarebbero più efficaci, ma evidentemente non ce lo possiamo permettere. Un metal detector invece sì: per un metal detector non importa se siamo in venti o in duecento. Basta mettersi in fila. 

venerdì 16 gennaio 2026

Il mainstream nel maelström

Ho smesso un po' di scrivere qui e ora non so come ricominciare – nel frattempo è successo di tutto – ma vi ricordate quel vecchio racconto di Poe dal punto di vista del marinaio che viene inghiottito dal maelmström, il Gorgo? vi ricordate di quel momento che sembra eterno in cui lui a forza di fissare il vuoto finisce per distrarsi, per osservare i relitti che ruotano sotto di lui, a calcolare le traiettorie, a scommettere sul momento in cui verranno inghiottiti dall'orizzonte degli eventi? Ecco: forse posso spiegarmelo così, il fatto che mentre il caos mi gira intorno sempre più vorticoso e tragico io mi fissi su dettagli inutili che vedo precipitarmi intorno, ad esempio Anna Paola Concia che rilascia interviste al Giornale – cos'è Anna Paola Concia di fronte al vuoto, e perché il vuoto dovrebbe fare differenza per Anna Paola Concia? Così mentre il mondo brucia sto per mezza giornata a pensare se rispondere a una letterina scritta "col cuore" (scritta malissimo) che dice le solite cose affinché decine di relitti come me le rispondano nel solito modo, e proprio quando finalmente mi convinco che non ne vale la pena, ecco precipitarmi tra capo e collo Luigi Manconi che si domanda come mai a sinistra amiamo tanto i dittatori – perché Maduro era un dittatore, no? Sì, beh, forse Trump è stato un po' irrituale ad arrestarlo extraterritorialmente, ma torniamo alla nostra infinita seduta di autocoscienza: perché noi lo amiamo? Almeno in tv un sindacalista a una manifestazione sembrava amarlo, e questo significa indubbiamente che il garantista Manconi possa dedurne che lo amiamo tutti e farci una lezione che scatenerà il necessario dibattito, ma forse se mi distraggo e conto fino a mille anche questo dibattito si sgonfierà come un palloncino... uno, due, sei, novecento, novecentonovanta... ma ecco che scoppiano rivolte a Teheran – come tutti gli inverni, mi sembra di ricordare – e due terzi di infosfera italiana, diciamo da Repubblica fino alla Difesa della Razza cominciano a domandarsi retoricamente perché i filopalestinesi non manifestano contro gli ayatollah. Subito, senza neanche aspettare il fine settimana, come un sol uomo, e in effetti ormai sono un uomo solo, come l'entità di Pluribus – c'è solo una differenza di toni, ancora un po' più queruli a destra, coi loro slogan bene scanditi anche quando denunciano impossibilità geografiche (perché non armiamo direttamente una flotilla per il Golfo Persico?); più compassati e grevi al centro, dove fa fine commiserare questa sinistra appassionata per i dittatori e insensibile alla sacrosanta esigenza delle donne iraniane di mostrare i capelli, potrebbero in effetti esserci altre rivendicazioni ma ormai si è deciso che bisogna insistere sui capelli, è un copione che si ripete inesorabile da quando questo blog esiste, ed esiste da un quarto di secolo ormai: potrebbe essere una semplice coincidenza, ma prima dell'11 settembre certi discorsi non li avremmo tollerati nemmeno dai fascisti, nemmeno dai bambini; non per l'ideologia balorda che sottendono (lo scontro delle civiltà, sul serio?) ma per la fissità degli argomenti – ma insomma, non ci fa caso nessuno al fatto che stanno scrivendo la stessa cosa, tutti, ogni santo giorno? E uno come me cosa dovrebbe rispondere, che non ha già risposto cento volte in venticinque anni... io non ce la faccio a girare in tondo così, non so voi come facciate, io sarò un relitto nel Gorgo, ma voi siete il Gorgo. Anche quei pochi di voi che ancora si distinguono, i pezzi più solidi nella solita zuppa, ormai sono di quel bruno indistinto che assumono gli oggetti più vicini al centro del Gorgo: ecco che precipita Manconi, ecco che precipita Adriano Sofri, ecco Michele Serra... potremmo farne una questione generazionale; potremmo semplicemente sollecitare al pensionamento chi in molti casi una pensione la percepisce già... ma basta ascoltare qualche minuto di qualche giovane podcaster per rendersi conto che no, i giovani ci stanno capendo poco come i vecchi, senza l'alibi dell'arteriosclerosi, ma col vantaggio che non possiamo rimproverarli di avere sprecato le loro potenzialità: no, davvero, non l'hanno fatto.

Sul piano mediatico, quel che sta succedendo è che intorno a questo governicchio, che se fosse per le sue forze intrinseche cascherebbe l'altro ieri, si sta coalizzando un blocco non sociale ma retorico. Quante volte abbiamo constatato come la destra al governo non sapesse trovare il tono, e in effetti dopo tre anni di governo aa Meloni strilla ancora come fosse l'opposizione. Dove noi vedevamo un deficit di immagine, i saggi giornalisti italiani hanno riconosciuto un'opportunità: la possono fare loro la comunicazione di regime; mica perché nessuno li obblighi, come a Teheran, o li ricatti, come a Washington, o li avveleni, come a Mosca, no; loro si prestano spontaneamente e con quel sincero afflato orwelliano, senza che nessuno minacci di torturarli o anche solo di calare la pensione retributiva; del resto sono sempre stati in guerra con l'Eurasia; non si sono mai fidati di quei torbidi Goldstein che dicevano di servire l'Occidente ma trescavano con ayatollah e bolivaristi.

Sul piano sociale, la classe media è finita; del resto ne notavamo lo sfarinamento vent'anni fa, e non abbiamo fatto molto perché reggesse i colpi. È successo negli USA, perché non sarebbe dovuto succedere prima o poi anche nel nostro volenteroso satellite. Può darsi che sia un destino del capitalismo, a furia di mangiarsi tutti nel libero mare resistono solo balene e plancton. Dalla deriva finale ci salva, per ora, il non aver liberalizzato le armi nei supermercati, non aver ceduto (per ora) al presidenzialismo e non avere sacrificato (per ora) l'indipendenza della magistratura: tutti argini che non è che possano tenere all'infinito. È terribile quando una classe smette di esistere, specie per chi ci viveva dentro come un pesce nell'acqua, e non capisce nemmeno cosa gli stia mancando. Politici e giornalisti, che la davano per scontata, non la trovano più: vorrebbero convocarla in piazza (come in marzo per l'Ucraina) ma poi vengono solo i pensionati; mentre i giovani sfilano contro il genocidio, maledizione! insieme ai musulmani, ma chi è che li sobilla? (nota come per Concia e compagnia i musulmani siano sempre ospiti appena arrivati a cui bisogna spiegare come ci si comporta; e pazienza se sono nati in Italia e ci vivono da prima che lei se ne andasse a Berlino). I cosiddetti moderati – che non si capisce cosa starebbero moderando – i cosiddetti liberali che della libertà sembrano essersi un po' stancati, a pensare per classi non si sono mai allenati; si consideravano democratici, ma la loro idea di democrazia era abbastanza schematica: due poli borghesi e vinca il migliore. L'idea che altrove altre classi si possano sentire rappresentate da partiti non borghesi non l'hanno mai accettata. Maduro è un dittatore, com'è possibile che in Venezuela una larga fetta della popolazione lo sostenga? Saranno ignoranti, gente che vota per sbaglio. I mullah sono oscurantisti, com'è possibile che dopo qualche manifestazione di piazza non caschino come pere mature? Eh, forse intorno a loro c'è un blocco sociale ancora compatto, soprattutto nelle campagne. Questi discorsi però non si possono fare; presumono l'esistenza di classi sociali che non condividano i desideri e le aspirazioni di noi borghesi del tardo Novecento, e così non è una coincidenza che il nuovo simbolo della rivolta iraniana diventi una ragazza che dall'altra parte del mondo si accende una sigaretta con la foto dell'ayatollah. Una cosa veramente rock'n'roll, salvo che probabilmente a questo punto il rock'n'roll suona vecchio pure a Teheran. Io però su facebook sto in una bolla in cui si litiga ancora su quale sia il miglior disco dei Pink Floyd, ragion per cui.

Sul piano esistenziale, perché perdo tempo a scrivere queste cose? Non lo so neanche io, probabilmente ho interrotto qualche attività ancora più stupida. È vero, lo stanno scrivendo in tanti, c'è un centro che si crede moderato e che invece sta amplificando gli stessi contenuti della destra, regalandole un'egemonia che i suoi cosiddetti intellettuali mai avrebbero saputo costruire (i veri intellettuali di destra non sono Giuli o Veneziani, ma Galli della Loggia, Cazzullo, Mieli: davvero, sentiteli parlare, ormai si odono in sottofondo le marcette). È vero, ma è comunque un fenomeno circoscritto a quelle poche migliaia di persone che ancora scrivono e addirittura leggono i giornali. Dopodiché se pure la destra vincerà le poche elezioni che ci restano, non sarà certo per il frizzante contributo di tutti i pachidermi che stanno montando sui vagoni di coda. È una curiosità, probabilmente stimolata dall'algoritmo che appena apro un social mi mette sotto il naso questi poveri borghesi declassati coi loro ragionamenti sempre più stereotipati, affinché io reagisca... come? Forse producendo un'altra lenzuolata di testo come questa, maledetto algoritmo, mi hai fregato anche stavolta. Stiamo tutti girando sempre più veloce, me compreso, e osservarli mi fa passare il tempo; non credo che questa pratica di osservazione mi salverà, anche se al personaggio di Poe, ora che ci penso, succede. 

mercoledì 7 gennaio 2026

Il Cristo in croce in classe

Il Cristo in croce in classe è ridondante,
il Cristo è una precaria alla lavagna,
l'alunno in quarta fila che si bagna
di sudore sotto il suo turbante.

Il Cristo in classe ormai ne ha viste tante,
finché l'hanno coperto con la Spagna
Politica – il Cristo non si lagna
se un chiodo sbuca ad ovest di Alicante.

È stato fermacarte e tirassegno,
e ben più di tre volte è già caduto
prima di esser deposto nel cassetto.

Ieri è risorto, e adesso fissa muto
la tavola degli elementi. Il Regno
dei Cieli è giusto a un tiro di gessetto.

martedì 6 gennaio 2026

I santi, non fateli in patria

7 gennaio: beato Ambroise Fernández (1551-1621), marinaio in Portogallo e martire in Giappone. 

Quante volte sarà capitato ai marinai, nel mezzo di qualche formidabile tempesta che svela l'enormità della natura e l'assurdità delle nostre pretese di domarla; quante volte sarà capitato di offrire a Dio in cambio della salvezza concessioni improbabili, del tipo: se mi salvo stavolta mi faccio frate? La maggior parte di questi voti, dobbiamo presumere, venivano rinnegati appena la nave giungeva sana e salva al porto e i marinai si ricordavano dell'esistenza di altre entità a cui fare altre promesse non necessariamente più semplici da mantenere. Ambroise Fernández però arriva a Nagasaki, che a fine Cinquecento era la "Roma del Giappone", la città più cristiana di tutto l'Oriente: forse anche per questo motivo riesce a onorare il suo voto e a entrare nella Compagnia di Gesù; vi avrebbe militato per più di mezzo secolo prima di venire imprigionato durante le persecuzioni che sradicarono completamente il cristianesimo dal Giappone, e morire dopo quattro anni di prigionia.

Il Kirishitan (o cristianesimo giapponese) è uno degli esempi più eclatanti che ci propone la Storia, di quanto essa stessa sia modificabile e cancellabile: per quanto abbia coinvolto centinaia di migliaia di persone, due secoli dopo lo sbarco di Francesco Saverio il cristianesimo in Giappone sembrava completamente scomparso, e per lo più lo era. Forse le tracce meno labili di un periodo in cui il Giappone aveva avuto scambi commerciali e culturali con le nazioni cattoliche resistono nella cucina: "tempura" deriva da têmpero, che in portoghese significa "quaresima": il periodo in cui i marinai portoghesi si rassegnavano a mangiare pesciolini e gamberi purché impanati e fritti. Di origine portoghese è anche la kasutera o castella, il dolce nipponico più simile al pan di Spagna.
 
Il motivo per cui a un certo punto i giapponesi si tennero dolci e fritture e chiusero con Cristo, al di là dei singoli episodi, è legato alla diffidenza del potere centrale per una religione che poteva fungere da veicolo culturale dell'imperialismo spagnolo. Per quanto i gesuiti, soprattutto, perseguissero l'idea di un cristianesimo svincolato dai poteri coloniali e compatibile col feudalesimo giapponese, la diffidenza col tempo avrebbe vinto. Il cristianesimo del resto si stava propagando proprio nello stesso periodo in cui prendeva forma lo shogunato, il regime centralizzato che da Edo/Tokyo avrebbe governato fino all'Ottocento.


7 gennaio: Beato Matteo Guimerà, vescovo sfortunato di Agrigento (1377-1450)

Nessuno è profeta in patria, che nel caso di Matteo Guimerà fu la città di Agrigento. Nato nell'ultimo quarto del Trecento, Matteo appartiene a quella generazione di francescani che pur facendo parte ormai di un ordine fortemente strutturato (Matteo studiò a Barcellona e si perfezionò a Padova), anelava a un impossibile ritorno alle origini, al recupero della figura ormai leggendaria del fondatore e al suo pauperismo integrale. Questo movimento, noto come Osservanza, trovava in Bernardino da Siena il suo leader carismatico: vi militarono altri francescani intransigenti come Giovanni da Capestrano e Giacomo della Marca, che avrebbero avuto una grande carriera all'estero, come predicatori, inquisitori e persino condottieri. A Matteo invece il destino preparava una sorte un po' più amara: o fu il papa (Eugenio IV), che ebbe l'idea di nominarlo vescovo della sua città natale. Il risultato fu che i girgentini, in particolare i membri del clero locale, che magari avrebbero apprezzato parole di vita eterna portate da un predicatore venuto da lontano, non furono altrettanto impressionati da un religioso che alle parole univa i fatti, dilapidando i beni della curia in opere di carità. E siccome una denuncia per malversazione non sarebbe andata molto lontano (Matteo dilapidava per gli altri, non per sé), non restava che accusarlo di avere un'amante. Il gossip funzionò meglio delle azioni legali: prosciolto da tutte le accuse, Matteo comunque preferì rinunciare alla carica. Sarebbe morto qualche anno dopo a Palermo, lontano dalle malelingue e in odore di santità. 

venerdì 26 dicembre 2025

Visto qualche bel film di recente (2025)? (Seconda parte)

Una battaglia dopo l'altra (P.T. Anderson, 2025)

[Titoli di coda]

"Beh che bello! due ore e mezza mi sono passate in un attimo".
"Eh, è un film d'azione".
"Ma di solito i film d'azione non mi piacciono".
"No, è che di solito non li guardi".

Credo che se si potessero trasformare tutte le nostre recensioni di One Battle in linee grigie, e si potessero sovrapporre tutte queste linee in un campo semantico, nella regione nerissima di questo campo potremmo estrapolare la frase "mi è piaciuto tantissimo, ma non è un capolavoro", il che è interessante – perché un film che ci piace tantissimo non dovrebbe essere un capolavoro? Cos'è poi un capolavoro? Per gli americani, che tendono a ragionare per generi in quanto compartimenti stagni, è un genere come un altro. Un giorno hai voglia di vedere un horror, un altro giorno una commedia, un giorno un Capolavoro. È un genere praticato da determinati cineasti che devono cospargere i loro film di elementi distintivi, affinché sia chiaro a tutti che è un film del genere artistico, del genere capolavoristico, Woody Allen per farla breve li chiamava "film europei", e mi domando se lo abbiano mai informato del fatto che anche il 90% della cinematografia europea è robaccia senza pretese. I film-capolavori ultimamente li fa Lanthimos, però fino a qualche anno fa li faceva anche P T Anderson. Stavolta però la Warner lo ha coperto di denaro per fare un film d'azione, e Anderson l'ha fatto senza grossi problemi perché lui, a pensarci, è sempre stato uno che crede che l'azione possa sostituire la parola (tutti i cineasti dovrebbero esserlo, ma lui più di altri).

Il film "non è un capolavoro", non ci prova nemmeno, non presenta quegli elementi stilistici che ci dovrebbero pensare Ok è Arte, o almeno Ok è P.T. Anderson, il geniale regista del Petroliere eccetera. No, è una storia, abbastanza semplice, raccontata per immagini in movimento. Il fatto che possa avere alla fine un decente riscontro commerciale è una buona notizia per Hollywood, perché la Warner – che più di altre produzioni è rimasta impastoiata nel filone superomistico, senza quasi mai tirarci fuori i soldi che avrebbe dovuto tirarci fuori – per una volta ha provato a fare qualcosa di diverso: niente omini in costume, niente Proprietà Intellettuali da rispolverare e mungere fino all'esaurimento, bensì ha preso un Autore e invece di chiedergli: fammi le tue cose da Autore, fammi le tue solite robine firmate che magari mettiamo in coda al botteghino il 70% dei nostalgici di Magnolia, gli ha chiesto: hai una storia? Vuoi farci un film con un grosso budget, ovvero attori importanti (ma tutti un po' stagionati, quelli che sono riusciti ad aggirare il medioevo supereroistico), però di cassetta, senza personalismi, con un grande movimento ma anche qualche spiegone qua e là perché la trama sia compresa anche dai deficienti o chi per metà del film ha intenzione di limonare? Benché con le poltroncine di adesso sia veramente complicato?

Se avesse floppato sarebbe stata non la fine ma quasi, altri vent'anni di gente che vola in pigiama di multiverso in multiverso, ma non ha floppato (non è nemmeno stato un grande successo; ma non ha floppato). E può essere un'occasione per rimettere in discussione certi compartimenti stagni, levare Lanthimos ai suoi lantimosismi, magari persino Tarantino potrebbe essere tentato di fare qualcosa di meno personale e più commerciabile. I critici se ne lamenteranno, ma avranno film più interessanti di cui lamentarsi. (Nel comparto "arty" potrebbe anche solo restare l'altro Anderson, quello che ha sempre fatto solo quello che voleva, che per qualche anno ai critici è piaciuto, e poi se ne sono stancati).


A House of Dynamite (Kathryn Bigelow, 2025)

Siamo militari, siamo coscienziosi e preoccupati, se vi stiamo per atomizzare è perché abbiamo vagliato con attenzione ogni altra possibilità e sappiamo quello che facciamo, ringraziateci. 
 
A un certo punto Kathryn Bigelow è diventata la regista ufficiosa del Dipartimento della Difesa (che adesso ha cambiato nome) e non voglio dire che abbia smesso di essere una regista interessante ed efficace, ma proprio questa efficacia, messa al servizio di un organo che ha evidentemente bisogno di giustificare le sue scelte davanti ai propri finanziatori, può rendere un più complicata la ricezione dei suoi film per chi, come me, non è che vada in giro a sventolare stelle e strisce e hamburger al bacon, insomma Zero Dark Thirty era un efficacissimo film che riusciva quasi, ho detto quasi, a farmi stare simpatici i talebani. Siamo d'accordo che non è la Riefenstahl, così come la Casa Bianca non è il Pergamon, ai nazisti piacevano i corpi atletici scolpiti dalla luce solare, mentre ai patiti di film su Washington piace un certo tipo di ritmo sincopato, fatto di tanta gente competente ed esperta di sessi diversi e colori diversi che si coordina, si scontra e si confronta in uffici con molti vetri e schermi illuminati, sempre ricordandosi di avere una vita privata, degli affetti, che deve però sacrificare al Dovere, è la stessa retorica di West Wing (che tanti danni ha fatto all'immaginario di una generazione di filoamericani) che la Bigelow rispolvera senza apparente sforzo, in un film che vola via rapido come un missile (anche se un missile suborbitale fa in tempo a esplodere tre volte).

Il messaggio è sempre la cosa un po' più imbarazzante, perché alla fine è il messaggio di chi ci ha evidentemente messo i soldi, la Bigelow se potesse stamparseli girerebbe probabilmente altre cose e più interessanti (Detroit com'era? non l'ho visto), ma insomma il messaggio di Zero era che Bin Laden l'aveva assolutamente trovato la CIA con una lunga e testarda inchiesta culminata in un blitz militare, e nessuno doveva farsi venire in mente altre e meno improbabili storie. Il messaggio di A House of Dynamite, se l'ho ben compreso, per carità potrei sbagliarmi, ma è: stiamo galleggiando in un mare di merda e chiunque, in un qualsiasi momento, anche solo per uno sbaglio, provocherà una piccola onda. Quindi ci servono soldi! Tantissimi soldi! Moltissimi più missili intercettatori, non importa se hanno il 50% di possibilità di fallire, anzi proprio perché hanno il 50% dobbiamo almeno raddoppiarli, ehi, ci sentite? Soldi, stampate soldi, perché ormai il mondo può esplodere anche solo se a un tizio a Pyongyang scappa uno starnuto. Questo è il messaggio, e cosa gli vuoi dire. Roger. Copy. Amen. Da bambino un pomeriggio vidi A prova di errore e credo di non essermi ancora ripreso, per cui con me sfondi una porta aperta, Kathryn. Però non lo so, mi sembra davvero un lungo smagliantissimo spot, Lumet e Kubrick non mi davano questa sensazione.



Cinque secondi (Paolo Virzì, 2025)

Un altro casolare in Toscana, proprio così. Intorno a uno dei luoghi comuni più slabbrati e sputtanati del cinema italiano, Virzì pianta la sua troupe e gira un film secco, tragico, con pochissime (e necessarie) concessioni alla commedia. Se solo esistesse un mercato per i mediometraggi, o i film a episodi – perché a volte il problema è tutto lì, uno scrittore se vuole può scrivere un racconto, il regista 90 minuti almeno li deve fare e Valeria Bruni Tedeschi sembra scritturata apposta per far salire il minutaggio. Non dà fastidio, non strafà, è solo in una specie di film a parte, ma va bene anche così.



Zootropolis 2 (Jared Bush, Byron Howard, 2025)

C'è qualcosa di inquietante nel modo in cui la Disney gioca col mio cervello, e forse anche con quello di altri. Qualche anno fa, mentre Luca veniva salutato da esponenti della comunità Lgbt come il primo film Pixar a tematica scopertamente Lgbt, io mi guardavo intorno perplesso, perché tutta questa tematica proprio facevo fatica a trovarla: ehi (avrei voluto dire), guardate che è solo un film piacione che vi strizza l'occhio di nascosto ma se poi le cose si mettono male negherà di averlo fatto – ma forse adesso capisco come si sentivano i Lgbt. Lo capisco dopo aver visto Zootropolis 2, un film che ai miei occhi grida Palestina Libera! From the River to the Sea! Eppure mi guardo intorno e niente, nessuno se la prende, nessuno ci fa caso, tutto ok. Se poi sul piatto ci metti Andor, ci metti una stagione di Daredevil Contro Donald Trump, ebbene, c'è qualcosa di inquietante nel modo in cui di fronte a un potere costituito sempre più arcigno e opprimente, la Disney ci titilla mettendo in scena rivolte giuste, sacrosante e coronate dal successo. 



Lawrence d'Arabia
(David Lean, 1962)

Sono un po' deluso, di me stesso e dei miei lettori. Quando mesi fa notai che ultimamente le trame dei blockbuster ricalcavano sempre più spesso quella di Dune (protagonista viene creduto il Prescelto; anche lui si crede il Prescelto; scopre troppo tardi di non essere il Prescelto) non mi avete fatto notare l'ovvio, ovvero che Dune è semplicemente quello che succede se guardi Lawrence d'Arabia dopo aver ingerito qualche funghetto serio. A quel punto mi è tornato in mente un altro filmone in costumi coloniali, L'uomo che volle farsi re di Huston, tratto da un romanzo di Kipling; e dopo Kipling il romanzo che di film ne ha ispirati a dozzine, Cuore di tenebra. Insomma la struttura "alla Dune" è in pratica la riproposizione di un intreccio tipico della migliore letteratura anglosassone coloniale: e il fatto che stia riaffiorando qua e là oggi al cinema (anche Anora alla fine è la storia di una che si crede che i mafiosi russi la renderanno Cenerentola) dimostra quanto il colonialismo segni ancora l'immaginario occidentale. 

Sono deluso di me stesso perché, malgrado il mio feticismo per il Dottor Zivago, con Lawrence ho un rapporto difficile: l'ho sempre trovato molto bello (persino una volta su un televisorino in bianco e nero) ma ricamato intorno a un protagonista che m'infastidiva a pelle. Riguardarlo sulla piattaforma, in 16:9 e in lingua originale, è stato una vera illuminazione. Lawrence come biopic so che lascia molto a desiderare, ma è davvero il film del colonialismo, e in quanto tale è invecchiato benissimo. La prossima volta che vi trovate davanti a un video con un Mentana o un Mieli che tentano di spiegarvi Netanyahu, andate sulla piattaforma e guardatevi un pezzo di Lawrence, magari la rappresaglia prima dell'ingresso a Damasco. Non ci sono personaggi positivi (non ci sono donne), nessuno impara niente, la classica storia del freak che si trova a disagio nella società occidentale e dovrebbe trovare sé stesso in un mondo selvaggio si ribalta nella sua parodia, perché il sé stesso che trova è la parodia di un beduino assetato di sangue. O'Toole è di un'antipatia sublime, come se Bolt o Lean gli avessero detto: facci un Charlton Heston gay, e lui non una piega, che idea! Un Ben Hur gay.

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